Antonio Mancini. La luce, il colore

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… Tra questi fanciulli imberbi ce n’era uno in particolare che attirava l’attenzione e la curiosità di Morelli. Tredicenne appena, nell’ultimo banco, alto come un soldo di cacio, mal vestito, capelli arruffati, mani sporche, taciturno, ma attentissimo alle spiegazioni ed ai richiami del maestro verso gli altri allievi. Il suo nome era Antonio Mancini. Nato a Roma nel 1852 ma proveniente dall’Umbria. La sua povera famiglia, madre affittacamere, padre sarto di provincia, si era trasferita a Napoli per iscriverlo all’Accademia, sperando in un futuro migliore per quel povero figliuolo. Morelli racconta che Mancini era il primo ad entrare in classe, mai un ritardo anche se poi si accomodava sempre all’ultimo banco. Timidezza e riservatezza che lo accompagnarono per tutta la vita condizionandone i successi ed i meriti artistici.
Era particolarmente interessato allo studio della luce sulle stesure pittoriche ad impasto o monocromatiche. A volte abbandonava il pennello per schiacciare direttamente il colore con le dita. Questo era l’unico momento in cui l’insegnante lo richiamava ad una più rigida osservanza della tecnica pittorica con gli strumenti; però, proseguiva nel suo racconto Morelli, anche quando si abbandonava a questi eccessi, la sua tavolozza non sfiorava la perfezione: era perfetta. Mentre dipingeva, dall’ultimo banco, il modellino dal vero, Morelli gli girava intorno come per carpire il segreto del suo genio pittorico. Gli altri allievi si rivolgevano spesso al maestro per spiegazioni e per essere aiutati in qualche tono difficile da raggiungere. Mancini mai. Il genio non ha bisogno di compromessi. Testa sul banco, velocità di esecuzione e prova presentata al giudizio dell’insegnante. Morelli, maestro rigido e severo contro qualsiasi stortura ed eccesso coloristico, sulle piccole prove di Mancini non azzardava a posare il suo pennello, tanto che un giorno, con un ironico sorriso, sbottò in strettissimo dialetto napoletano: «Io a questo ragazzino non posso insegnare nulla perché è un genio».
A riprova di ciò esiste un interessante episodio che la dice lunga sulla stima di Morelli verso il suo allievo. Mancini, abituato alla fame ed agli stenti, portava a vendere le sue tavolette ad un paio di saponari strozzini di via Costantinopoli che le acquistavano per un piatto di lenticchie. Si trattava di piccole opere del raffinato e magistrale periodo napoletano.
Venuto a conoscenza di questi episodi, Morelli, in grande segreto, mobilitava un paio di amministrativi dell’Accademia per l’acquisto delle tavolette cedute da Mancini per un tozzo di pane, con la preghiera, previe terribili ritorsioni, del riserbo più assoluto sull’acquirente finale di questi piccoli gioielli. Tale tortuoso meccanismo perché Morelli temeva che se Mancini fosse venuto a conoscenza di questo interesse per le sue opere, si sarebbe prodigato a donare all’amato maestro tele più grandi e significative, venendo così a mancare la spontaneità, l’immediatezza che erano il pregio di quei minuscoli capolavori che Mancini barattava per mangiare. Tanta era la stima che il pittore portava per Morelli che ogni qualvolta si pronunciava il nome del grande romantico napoletano, l’allievo si alzava togliendosi il cappello…

 

Il volume comprende 11 illustrazioni a  colori, 101 tavole a colori.

COD: Domenico Di Giacomo, Ianieri Edizioni, 2015, 168 p., cm 24x27, rilegato con cofanetto. Categoria: .
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Peso 1.9 kg